Vacche e quote latte “disallineate”

mag 6, 2010 by Filiera

In Italia esistono quattro banche dati basate su dichiarazioni obbligatorie. In contrasto fra loro

La stalla Italia che produce latte in eccesso rispetto alle quote stabilite dall’Ue viene catalogata dalle varie banche dati del settore zootecnico in maniera diversa per cui una volta gli animali appartengono a un allevatore e un’altra, gli stessi animali, sono nella disponibilità di un altro soggetto. Le differenze riguardano anche le capacità produttive delle vacche. In Italia ci sono quattro banche dati che raccolgono, su dichiarazioni obbligatorie, i numeri sulla consistenza dei bovini da latte e sulla loro produzione e sono risultate completamente disallineate. Tra esse la banca dati dell’Agea utilizzata per calcolare il prelievo supplementare per gli allevatori che hanno prodotto oltre la quota loro assegnata. A scoprirlo è bastata un’elementare indagine svolta dai Carabinieri del Nac presso il Mipaaf su incarico dell’ex Ministro Zaia, su quattro banche dati zootecniche dal 1995 in poi. Da quando è nata l’informatica, da quando sono nate le banche dati e da quando è nata la Pac e le relative domande di aiuto, si contano a milioni i casi di disallineamento (o “anomalie da correggere” in gergo amministrativoinformatico). Le particelle catastali dei seminativi della banca dati dell’Agea che non risultano allineate con quelle della banca dati del catasto, le particelle degli oliveti che non corrispondono a quelle riportate nello schedario olivicolo sia come superficie che come numero di piante per non parlare di codici fiscali e di dati anagrafici che vanno ugualmente in “anomalia”.
Ma il caso del latte è più clamoroso in quanto non si tratta di aiuti non erogati, ma piuttosto di multe calcolate e fatte pagare per cui non appena si è avuta notizia dei risultati dell’indagine dei carabinieri è stato lo stesso Ministro Galan a dichiarare che «È necessario avere massima attenzione per quanto stabilito dalla Commissione e rispetto per l’approfondimento dei carabinieri.
Dopo la necessaria attività da parte degli uffici competenti, la documentazione verrà sottoposta al ministro».
La relazione dei carabinieri ha messo a raffronto la banca dati dell’Agea con quella del ministero della Salute (attraverso le Asl, gestisce le autorizzazioni sanitarie per le stalle e l’anagrafe bovina) e con quella dell’Aia che raccoglie i dati produttivi relativi ai capi iscritti nei libri genealogici.
Secondo la relazione i dati non allineati riguardano migliaia e migliaia di situazioni che si ripetono nel corso delle campagne.
Anomalie che non si risolvono certo con una potenza maggiore dei computer, ma semplicemente adottando una migliore e più razionale raccolta dei dati.
Nel momento in cui viene lanciata l’operazione posta elettronica certificata assistiamo dunque al flop delle banche dati zootecniche che non hanno uno scopo meramente informativo, ma sostanzialmente di controllo per cui la loro affidabilità dovrebbe essere totale.

LA RELAZIONE – Numeri che non tornano

Dati anagrafici e codici fiscali Una volta accertato che per produrre latte occorre essere in possesso di una specifica autorizzazione rilasciata dall’Asl competente i carabinieri hanno confrontato i dati anagrafici e i relativi codici fiscali di coloro che avevano presentato all’Agea le denunce di consegna latte e cioè i modelli L1, con quelli che risultavano aver ricevuto un’autorizzazione sanitaria. Il risultato ha evidenziato che migliaia e migliaia di allevatori non erano titolari di una licenza sanitaria, ma producevano e consegnavano regolarmente latte! Con ogni probabilità la stessa azienda risulta classificata da una parte con il codice fiscale aziendale in forma societaria e dall’altra con il codice fiscale del titolare. Basterebbe quindi presentare il modello L1 con il codice fiscale personale per non far salire il conto della produzione dell’azienda registrata in forma societaria con un altro codice fiscale. Contenuto in grassi Il raffronto che fa dubitare ulteriormente dei dati Agea sulle multe delle quote latte, riguarda il tasso di materia grassa nel latte. Per un numero elevato di aziende il tasso di grasso dichiarato ad Agea risulta inferiore a quello calcolato da Aia attraverso i controlli funzionali. La frode in questo caso dovrebbe essere più che evidente: al produttore di latte “conviene” dichiarare ad Agea il tasso di grasso più basso possibile poichè minore è il tenore di grasso nel prodotto e più si va verso una rettifica in diminuzione della produzione consegnata, azzerando di conseguenza l’eccedenza e il superprelievo. Rese – Con il raffronto sulle rese produttive in moltissimi casi le vacche italiane diventano delle vere e proprie campionesse di produzione. Tutto questo senza prendere a riferimento i dati delle rilevazioni periodiche dell’Istat poiché sicuramente sarebbero emerse altre strane anomalie.

Di Giuseppe Fugaro – Terra e Vita n.18/2010

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